Non molto tempo fa conobbi un bambino di dieci anni di nome Giacomo.
Seppi che a Giacomo piaceva lo spazio.
Mica per scherzo: lo amava follemente.
Gli feci qualche domanda e lui mi seppe rispondere. Gli chiesi cosa fosse il Sole e lui mi rispose che era una stella, poi gli chiesi se conosceva Galileo Galilei, il grande astronomo. Infine gli chiesi se sapesse cosa fosse una nebulosa.
Credeteci o no, ma lo sapeva eccome!
Seduti su una panchina, iniziammo a parlare mentre il mio cane, Rollo, si rotolava tra le foglie di ogni colore.
Giacomo mi volle raccontare di come era nata la sua grande passione per lo spazio.
Ve la riporto qui.
Dovete sapere che Giacomo è nato a Poppi.
Poppi è un piccolo borgo toscano in provincia di Arezzo. Il paesino sorge vicino al Parco del Casentino, ma questa è un’altra storia: forse un giorno ve la racconterò, se avrò tempo.
Torniamo a noi. Giacomo, con addosso la sua sciarpa rossa e gialla, come i colori di Grifondoro di Harry Potter, mi raccontò che un giorno si trovava a scuola e, come tutti, stava ascoltando la maestra che spiegava la Terra e gli altri pianeti. E fu proprio questo a fargli alzare la testa di scatto e a far brillare i suoi occhi. Sapere che oltre la Terra esistevano altri pianeti lo mandò fuori di testa. Iniziò a porsi delle domande:
Come sono nati gli altri pianeti?
Che forma hanno?
Di che cosa sono fatti?
C’è vita?
E tante altre che non posso riportare qui: non mi basterebbero le pagine.
Da quel giorno iniziò a chiedere alla mamma e al papà di comprargli libri che parlassero di quell’argomento. E quando non capiva una cosa, andava da un adulto e glielo chiedeva. Non sempre, però, riceveva risposte interessanti: per lo più erano scontate o insufficienti per la sua curiosità.
Una volta un vicino gli disse che il Sole era un grosso pianeta infuocato. Il povero Giacomo, davanti a una notizia tanto sbagliata, per poco non svenne.
Un bel dì, dopo l’ennesima risposta scadente, decise che qualcuno doveva fare qualcosa di fronte a tanta ignoranza. Seduto per terra con la schiena contro il letto, prese una grande decisione: sarebbe diventato un divulgatore scientifico.
Ora voi vi chiederete che cosa faccia un divulgatore scientifico. Beh, in genere parla di scienza sui palchi, nei podcast, nelle scuole, nelle piazze. Ovunque, per farla breve. Non è un lavoro facile: bisogna informarsi ogni giorno e inventare nuovi modi di comunicare per tenere alta l’attenzione del pubblico.
Dopo essermi complimentata con il mio nuovo piccolo amico, gli chiesi se avesse già fatto qualche spettacolo o video. Giacomo diede un biscottino a Rollo, che nel frattempo si era avvicinato a noi, poi gonfiò il petto e disse che aveva messo su un piccolo spettacolo di Halloween per i suoi parenti. Mi complimentai di nuovo con lui. Domandai come fosse andato: ero troppo curiosa, lo ammetto.
«Bene!» esclamò tutto fiero. «Ho parlato del Sole. Lo sai che è una stella gigante?»
Risposi di sì. Certo che lo sapevo! Poi mi domandò se sapessi quanti anni avesse il Sole, e io dissi di no: sinceramente non me l’ero mai chiesto. Così lo chiesi a lui, che rispose: «Circa 4,6 miliardi di anni».
«Urca!» esclamai.
«È proprio vecchietto, eh?» rispose Giacomo, dando una grattatina dietro le orecchie a Rollo.
Poi Giacomo mi mostrò alcuni disegni che aveva fatto. Aveva ritratto i suoi pianeti preferiti, come Nettuno e Venere. Disse che il papà gli avrebbe presto comprato un telescopio e che allora avrebbe passato le notti a guardare le stelle.
«Anche con la neve?» domandai divertita.
«Quando nevica o fa tanto freddo non posso, ma papà mi ha promesso che mi costruirà una piccola postazione sul terrazzo, così la sera posso osservare le stelle restando al caldo.»
Annuii. Provai una punta d’invidia, ma fu passeggera: la curiosità tornò più forte di prima.
Mi sistemai il cappotto con la mano e domandai a Giacomo se fosse questo che voleva fare da grande. Il mio piccolo amico guardò prima il cielo, con le sue nuvole color panna, poi mi disse: «Io so fare solo questo, credo».
Parole enormi per uno così piccolo. Aggiunse che, quando la maestra gli aveva parlato dei pianeti, il suo cervello aveva fatto boom, e che continuava a farlo ogni volta che leggeva un libro di scienza. Ogni scoperta gli faceva brillare gli occhi e gli metteva voglia di andare dagli adulti, dagli amici, dagli animali a raccontare ogni sua piccola novità.
«Il tuo sogno?» domandai, mentre il sole scivolava lentamente giù, oltre le montagne.
«Riempire l’auditorium della mia scuola elementare» rispose senza esitare.
«E di che cosa ci parleresti?»
«Della missione Artemis!»
Sospirai. Quel piccoletto avrebbe fatto strada.
«Non voglio solo fare il divulgatore scientifico: vorrei anche diventare un astronauta dell’ESA, l’Agenzia Spaziale Europea, e fare video dello spazio mentre mangio la pizza e spiego perché siamo tornati sulla Luna.»
Risi.
Era tardi. Ormai i lampioni erano tutti accesi intorno a noi e Rollo, come me, sentiva il bisogno di tornare a casa. Così salutai il mio nuovo piccolo amico con una stretta di mano e un augurio speciale per la sua carriera. Giacomo mi mise sul palmo un biglietto: era l’invito al suo prossimo spettacolo, che si sarebbe tenuto nel bar del papà. Gli promisi che sarei andata ad ascoltarlo, poi mi allontanai con un sorriso sulle labbra, sapendo di aver conosciuto un grande divulgatore. O almeno, uno che lo sarebbe diventato.
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