Gli ospizi hanno lo stesso odore

Gli ospizi hanno lo stesso odore.
Piscio e grida. Qui tutti chiamano la mamma. La prima volta che sentii qualcuno chiamarla, ero convinto fosse una bambina. Invece era una donna di novant’anni passati, seduta su una poltrona rossa. Teneva gli occhi inchiodati alla finestra, verso il cielo. Chiamava sua madre con la voce di una bimba di cinque anni. Non me lo toglierò più dalla testa.

L’infermiera alla reception mi sorride. È nuova: non l’avevo mai vista. Le pareti dell’edificio sono diverse: due settimane fa erano celesti, ora giallo canarino. Non ero stato informato. Pazienza.

Avanzo lungo i corridoi della struttura finché non mi fermo davanti alla porta della stanza dove mio padre vive ormai da un anno. Raddrizzo le spalle. Il pavimento è tirato a lucido da qualche addetto alle pulizie. La porta è rosa pallido e sopra c’è una targhetta d’argento con un nome: Gianni Cocci. Busso, faccio un passo indietro e aspetto.

Mio padre è sempre stato una persona attiva: ex professore di geografia, innamorato del mare, lettore accanito, amante della buona cucina. Poi è morta mamma e in lui si è spento qualcosa. Depressione. Un crollo così improvviso da renderlo irriconoscibile, per noi figli.

Ha perso dieci chili in poco tempo e si è incurvato. Lui, un gigante dall’aria severa, ora sembra un bambino smarrito.

«Chi è?»
Lo sento da dietro la porta. Ha perso anche la voce: un tempo profonda e autoritaria, adesso sottile, spezzata.

«Sono io, papà. Mattia.» Rispondo con un mezzo sorriso.

Lo sento alzarsi dalla poltrona vicino alla finestra e venire ad aprirmi. Quando la porta si spalanca, i nostri occhi si incontrano. È ancora in pigiama, anche se sono le due del pomeriggio. Ha i capelli arruffati e più bianchi dell’ultima volta. I suoi occhi celesti hanno una strana luce, oggi. Le labbra sono sottili e screpolate, come la pelle.

L’ultima volta avevo chiesto alle infermiere di passargli la crema che mia sorella aveva comprato.

Mio padre ha ottantacinque anni. Era alto un metro e novanta; adesso, ricurvo, sembra più piccolo. Le spalle, una volta muscolose, sono ali rattrappite. Le gambe lunghe e forti mi appaiono come rami fragili, in attesa del primo colpo di vento. Le mani sono macchiate, le unghie gialle.

Sorrido, poi lo abbraccio. Piano. Ogni cosa di lui mi sembra fragile.

«Come stai, papà? Stavi facendo qualcosa di bello?»

In risposta borbotta, poi si volta e torna verso la poltrona. Noto che la finestra è spalancata e qui l’odore è diverso: il profumo dei fiori è entrato dentro e, per un attimo, fa sembrare tutto più bello.

Fuori c’è un giardino. Ho provato a portare papà a fare due passi, ma è sempre restio.

Appoggio lo zaino sulla sedia. Teresa ha fatto una piccola spesa: la sistemo nel minifrigo della camera.

Mio padre va matto per gli yogurt all’ananas. Così ne abbiamo presi un paio.

«Hai visto tua madre oggi? Ho bisogno di parlarle.»
Me lo dice all’improvviso.

Chiudo la zip dello zaino e lo raggiungo. Non è la prima volta che mi chiede di mamma. Teresa e io abbiamo deciso di non ricordargli che è morta. Fa male. Così gli mentiamo.

«No, non ancora. Cosa le devi dire di così importante?»

Lui scuote la testa e allarga le mani.

«Non trovo una camicia. Chissà dove l’avrà messa, quella benedetta donna. Mi fa sparire tutto!»

«Che colore era?»

«Celeste. Mi serve per domani. Ho una lezione importante con la quinta C.»

«Vedrai che la troviamo.»

Borbotta altre parole incomprensibili, poi sospira. Fuori, nel giardino, alcuni ospiti passeggiano con familiari e infermieri.

«Quella donna è così smemorata. Vorrei davvero sapere dov’è. Aveva detto che sarebbe rientrata entro sera e invece…»

«Forse si è fermata da Rosa.»

Lo lascio a fissare la finestra mentre finisco di sistemare la piccola spesa.

Ho paura. Non lo dico a Teresa, non voglio farla preoccupare. Ultimamente papà scivola via: mi chiede di mamma con insistenza, parla delle sue vecchie classi, a volte di sua madre. Ho il terrore che un giorno si dimentichi di noi.

I medici ci avevano avvisato. Sentirlo è un conto, viverlo un altro. Sembra così indifeso.

Chiudo la porta del minifrigo e mi rimetto vicino a lui. Gli appoggio una mano sulla spalla.

«Papà, ti va di uscire?», domando, indicando il giardino.

«Troppa gente.», replica. «Guarda, sembrano galline.»

Indica un gruppo di signore che ridono.

«E a te non piacciono le galline, vero papà?»

«No», replica, infastidito. «Tua madre non è mai stata una gallina. Forse una o due volte. Ma solo per finta, sai? Era la più intelligente della classe. Dovevi vederla. Era così brava in matematica: ci superava tutti. E come se ne vantava! Che rabbia mi faceva. Prendeva tutti dieci. Ma non era una gallina. Aveva un modo tutto suo di vantarsi.»

«Lo so, papà.»

«Sai quando ho capito di amarla?»

«Quando, papà?»

«Quando ha preso sei in latino ed è scoppiata prima a piangere, poi a ridere. Allora ho capito che era pazza e il mio cuore se n’è innamorato perdutamente. Dovevi esserci. Era bellissima. Con quei riccioli biondi fino alle scapole. Aveva una gonnellina celeste e un maglioncino verde, e quelle scarpe bianche. Aveva due gambe magre e lunghe… Non so quante notti ho sognato quelle gambe prima di chiederle di uscire.»

Vorrei ridere, ma non lo faccio.

«E poi le hai chiesto di uscire.»

«Certo. L’ho portata al mare. Aveva un costume intero rosso. Una dea. Ecco cos’era tua madre.»

«Anche tu eri bello, papà.»

Mi fissa.

«Sì, non ero male.»

In cortile una donna chiama qualcuno a gran voce.

«Ma tua mamma… lei era bellissima. Teresa le assomiglia molto. Tu, purtroppo, hai preso da noi Cocci. Mi dispiace, figliolo.»

Rido.

«Non siamo così male.»

In risposta fa spallucce.

Restiamo a guardare le persone. Mi viene in mente una cosa: è il due giugno, giorno di festa. Le spiagge liguri sono piene.

Mi guardo intorno. Un armadio verde, vicino all’ingresso. Lascio papà alla finestra e lo apro: una zaffata di vecchiume. Dentro cappotti, sciarpe, guanti, pigiami. E un pacco di pannoloni, ancora sigillato. Precauzione di Teresa.

Frugo nei cassetti. Cerco un costume. Un tempo papà andava spesso nella piscina dietro casa. Ha smesso quando è morta mamma.

Cerco, cerco, ma niente. Guardo nel borsone vicino ai piedi del letto e finalmente trovo quello che cercavo: due costumi da uomo. Uno celeste e l’altro verde pistacchio. Ottimo.

Nel frattempo, mio padre non si è mosso. Sulla poltrona c’è una rivista di gossip abbandonata, mezz’aperta. Chissà chi gliel’ha data.

«Papà, senti…» comincio. Si volta e mi guarda, curioso. «Vuoi andare al mare?»

«Mare? Non dire sciocchezze! È Natale. Fa freddo per andare al mare!»

«È giugno, papà. Oggi è la Festa della Repubblica.»

«Come vuoi, ragazzo.»

Non mi ha mai chiamato “ragazzo”, prima d’ora. Decido di ignorare la cosa.

«Allora, vuoi venire o no?» insisto, sventolandogli sotto il naso il costume.

Lo vedo sbuffare e scuotere la testa. Poi si strofina un occhio e dice: «Va bene. Andiamo al mare di dicembre. Ma se mi ammalo, poi la senti tu tua madre.»

Prende il costume dalle mie mani e va in bagno a indossarlo.

Chiudo la finestra, tiro le tende e mi infilo il costume. Quando papà esce dal bagno sono già pronto. Nel borsone metto due asciugamani e un cambio. Mi fissa, poi si infila le scarpe e mi fa cenno di andare.

Prendo le chiavi della stanza e chiudo. Mentre camminiamo lungo i corridoi, alcune infermiere si fermano per salutarci e chiederci come va la giornata. Rispondo che ho deciso di portare mio padre al mare. Trovano la cosa divertente, soprattutto per le risposte che dà papà. È ancora convinto che sia dicembre e di avere un figlio completamente matto. Lo lascio fare.

Alla reception dico che torneremo prima di sera. La nuova infermiera mi ricorda il coprifuoco: alle 21. Prometto di rientrare per le 20.30. Papà intanto si è fermato a parlare con alcuni ospiti: lo richiamo.

Fuori l’aria è calda. In macchina abbasso i finestrini, accendo la radio e lascio a papà la musica. Occhiali da sole. Metto in moto.

Il mare è a un quarto d’ora. Le auto parcheggiate ovunque dicono che sarà dura trovare posto. Rallento. A sinistra una marea di ombrelloni. Mi superano dei ragazzini in bici.

Trovo un buco. C’è un divieto ma fanculo. Pagherò la multa. Faccio scendere papà, che si guarda intorno stranito.

«Vieni, pa, da questa parte.» Lo aiuto ad attraversare sulle strisce.

«Che posto è questo? Sono tutti matti. A novembre tutti in costume, bah!»

Sorrido. Ora siamo a novembre. Ottimo.

«È colpa del cambiamento climatico» rispondo, mentre scendiamo le scalette che portano in spiaggia.

«Alla fine è successo, allora. Il mondo sta morendo.»

«Può darsi, papà.»

Non restiamo in spiaggia: per lui è un incubo. Punto un ombrellone rosso, con una ragazza di diciott’anni.

«Ciao. Vorrei noleggiare un pedalò, se è possibile.»

La ragazza mi guarda, poi guarda papà. È buffo: indossa una camicia bianca, il costume verde e delle babbucce nere.

«Certo. Sono dieci euro per tutto il giorno.»

Pago e lei mi indica un pedalò celeste. Le chiedo se possiamo lasciare i vestiti sul tavolo. Le spiego due cose su papà. «Certo», dice.

Convinco papà a togliersi la camicia e la canottiera, poi le babbucce e i calzini neri. La bagnina prende tutto e piega ogni cosa con cura. Sorride a papà e lo saluta con gentilezza. Papà ricambia e le chiede che anno fa. Lei risponde che frequenta l’ultimo anno. Papà le augura buona fortuna per la maturità, poi mi segue in acqua.

Aiuto papà a salire sul pedalò, poi lo raggiungo. Ci allontaniamo. Solo allora mi ricordo la crema solare. Teresa mi ammazzerà. Troppo tardi.

Avanziamo.

«Dove stiamo andando?» chiede papà.

«Al largo, pa. Dove l’acqua è più cristallina.»

«Verso gli scogli?»

Indica una fila di scogli davanti a noi.

«Può darsi. Ti va bene?»

«Una volta mi sono aperto un piede contro uno scoglio. Tua madre ci ha riso per mesi. Quella scema.»

«Lo so, papà. Lo so.»

«Mi sento Ulisse», dice all’improvviso.

«Ulisse?», domando, incuriosito.

«Ulisse.» Tossisce. «Solo che, al posto di una nave, ho un pedalò e un solo uomo a bordo.»

«Cioè io.»

«Certo. Pedala, figliolo. Arriviamo lì e vediamo se sentiamo le sirene. Ma non mi legare come Ulisse: voglio andarci incontro.»

Pedalo più veloce.

«Hai visto le nuvole? Sembrano enormi giganti. Quella assomiglia a una giraffa e quella a un gatto. Ricordi quando facevamo questo gioco?»

«Sì, papà. Lo facevamo durante i nostri viaggi.»

«L’anno scorso ti sei lamentato tutto il tempo e mamma ha iniziato a fare il gioco delle nuvole.»

«Ricordo. Mi stavo annoiando. Eravamo in coda da ore.»

Parla della nostra vacanza in Grecia. Io e Teresa avevamo passato la mattina a farci dispetti in macchina quando mamma, stufa, ci aveva urlato addosso prima di inventarsi giochi. Uno era proprio quello delle nuvole: dire a cosa assomigliasse una nuvola, poi un’altra, e via. Ci tenne impegnati quasi due ore.

«Un traffico tremendo, quello di Atene. Ricordami di non tornarci mai più.»

Ci saremmo tornati altre cinque volte.

Gli scogli sono vicini.

«Ecco. Fermati qui. Voglio scendere.»

«Scendere?»

«Hai capito benissimo. Aiutami.»

Con difficoltà scendiamo “a terra”. Non c’è nessuno: tutti sono in acqua o in spiaggia. Gli scogli sono piatti e non troppo scivolosi né appuntiti, per nostra fortuna.

Papà si porta le mani ai fianchi e fissa l’orizzonte con aria soddisfatta. Raddrizza un poco le spalle.

«Respira, figliolo. L’aria di mare fa bene ai polmoni e ti caccia via quella brutta tosse che hai preso ieri.»

Mi ricorda la tosse dei dieci anni: due settimane chiuso in casa. Un incubo, per un bambino abituato all’aria aperta.

«Non pensare che staremo qui tutto il giorno. Ho i pomodori da annaffiare e devo piantare quel benedetto limone che tua madre ha tanto voluto. Speriamo che non lo faccia morire, anche questo. Amo tua madre, ma con le piante è tremenda. Non sa gestirle. Non glielo dire, mi raccomando.»

«Tranquillo, papà.»

«Quando torniamo, devi portare fuori Rollo. Quel cane ha bisogno di correre.»

«Certo, papà. Lo porto ogni giorno fuori.»

Rollo è morto quando avevo venticinque anni, sepolto sotto un cipresso. È stata la prima volta che ho visto mio padre piangere. Mi manca ancora. Spero sia con mamma: me li immagino, Rollo ai suoi piedi e lei che lo riempie di biscotti.

«E poi c’è da sistemare il gazebo. Ormai quello che abbiamo è da buttare.»

«Non ti preoccupare, papà.»

Poi, come un bambino, mi prende la mano e me la stringe. I suoi occhi restano fissi sull’orizzonte. Sento il suo corpo tremare. Metto un braccio intorno a lui: se cade, lo afferro subito. Ha un piccolo taglio sulla guancia. Si è ferito facendosi la barba, mi ha detto l’infermiera. Sono cose che capitano, ci siamo detti. Anche a me. Ogni tanto.

«Tutto bene, papà?»

«Tutto bene, figliolo.»

Vorrei che mi chiamasse per nome. Un nome, e i pensieri brutti starebbero zitti.

«Voglio un gelato.»

«Va bene. Quando torniamo indietro ne compriamo uno.»

«Quello al limone. Mamma me l’ha promesso se faccio il bravo.»

Un tuffo nel cuore.

«Va bene, papà.»

Si volta e mi fissa. Ha uno sguardo diverso: non più severo, ma dolce, quasi fanciullesco.

«Sono bravo, papà?»

Stringo i denti. La sua voce è la stessa che ho sentito per tutta la vita. Solo un po’ più roca.

«Sei bravissimo, Gianni.»

«Allora perché non me lo dici mai?»

Un pugno nello stomaco.

«Hai ragione. Perdonami. Sei un bravo figliolo.» Ricordo le parole dei dottori: assecondarlo, se mai dovesse succedere. E sta succedendo.

«Un giorno avrò dei figli e sarò un padre migliore di te.»

«Lo sarai, Gianni. Sarai il papà più bravo del mondo.»

Mi sorride. È felice. È il primo sorriso della giornata.

«Facciamo il bagno?»

«Certo, pa… Gianni.» Cerco di soffocare tutto quello che sto provando.

Lo aiuto a entrare in acqua. Non mi lascia mai la mano. L’acqua è calda. Nuotiamo intorno al pedalò. Non parla più. Mi lascia la mano e si allontana di poco. Lo vedo nuotare a rana per qualche metro, poi torna indietro e si appoggia con entrambe le mani al pedalò.

«Mi sono innamorato» mi dice.

Crede ancora che io sia suo padre. O almeno così penso.

«Ah sì?»

«Sì. Si chiama Lucia. Voglio sposarla, papà.»

«Va bene.»

Torna a nuotare, più felice di prima.

Lo guardo allontanarsi e tornare. Lo fa tre volte, poi mi chiede di rientrare: vuole il gelato. Così torniamo indietro.

Nessuno dei due parla finché non scendiamo dal pedalò e ci avviamo verso il bar. Mi racconta di un viaggio fatto con alcuni amici, anni e anni fa, quando era all’università. Mangia felice il gelato al limone, accompagnato da un bastoncino alla liquirizia. A quanto pare, è quello il suo preferito.

Vorrei chiedergli mille cose, ma so che non è il momento. È troppo preso a guardarsi intorno. Ha le spalle leggermente rosse. Teresa capirà.

Tiro fuori il cellulare, scatto qualche foto e le mando a Teresa. Mi risponde subito: mi chiede se davvero l’ho portato al mare. «Sì. È vivo e sta bene», scrivo. Poi mi chiede del gelato. A nostro padre non è mai piaciuta la liquirizia. Le rispondo: «I misteri della vita». Lei manda una faccina che ride.

Niente sulle spalle rosse. Meno male.

In macchina mi racconta alcune avventure giovanili. Le conosco già, ma ridiamo lo stesso quando mi parla delle marachelle a scuola. Mi parla della nonna, poco del nonno. Non andavano molto d’accordo.

Teniamo i finestrini abbassati e l’aria calda ci scompiglia i capelli. Quando arriviamo all’ospizio abbiamo la faccia arrossata dal sole e i capelli tutti spettinati.

«Sembriamo due polli», nota papà.

Lo aiuto a scendere e insieme attraversiamo l’ingresso della struttura. L’aria condizionata ci fa venire la pelle d’oca.

È sera quando giro la chiave nella serratura della sua camera. Sono le diciannove. Tra poco cenerà e io tornerò a casa, dalla mia famiglia.

Lo aiuto a lavarsi in doccia. Lo pettino e gli faccio indossare vestiti adatti per la sera. Troviamo anche la sua camicia celeste, quella che pensava di aver perso.

Alle venti mi volto verso di lui. È ora di salutarlo.

«Devo andare, ora.»

«Dove vai?» È seduto sulla poltrona.

«A casa, papà. Dai ragazzi.»

«Hai dei figli?»

«Sì, papà… Marco, Davide e Lina. Ti salutano. Ecco, tieni.»

Dalla tasca tiro fuori una loro foto e gliela mostro. Papà ci passa le dita sopra.

«Sono belli.»

«Sì. Sono pestiferi, però.»

«Ti assomigliano, figliolo.»

Sorrido, stanco. Ormai mi sono rassegnato.

«Sì.»

Infilo il cellulare in tasca e prendo le chiavi della macchina dal tavolo.

«Ci vediamo tra due settimane, va bene… papà? La prossima settimana verrà Teresa. Ti ricordi, vero?»

Mi guarda scocciato.

«Certo! Teresa, la mia secondogenita. La mia dolce Teresina, professoressa d’italiano. Mica sono scemo.»

«Lo so, papà. Scusa. Ci vediamo.»

Gli faccio ciao con la mano, poi mi volto e vado verso la porta.

«Aspetta. La prossima volta mi porti gli yogurt al caffè?»

«Certo, papà.»

«Ciao, Mattia. Stammi bene.»

Mi blocco. Di colpo sento gli occhi farsi umidi. Mi volto: è lì che mi guarda sorridendo. Ha ancora la foto dei miei figli in mano.

Lascio cadere lo zaino e corro ad abbracciarlo.

«Allora non ti sei dimenticato di me» dico, tra le lacrime.

«Che stupido che sei! Pensavi davvero che mi fossi dimenticato di te?»

Non rispondo.

Mi stringe forte, come non aveva mai fatto.

«Che io sia maledetto se un giorno dimenticherò il nome dei miei bellissimi ragazzi.»

Lo lascio andare. Ci guardiamo. Ora lo vedo: è il mio papà. Alto, severo, rigido. Eppure tenero con sua moglie, dolce con noi figli. I suoi bambini.

«Ci vediamo, papà.»

«Ciao, Mattia. A presto.» Sorrido.